Smart RTV dei Castelli Romani

Intervista all'autore a cura di Paola Volk,

Esce il primo libro di Fabrizio Macrì dedicato all’internazionalizzazione, al Made in Italy, al sistema produttivo italiano visto dall’estero ed al ruolo delle Camere di Commercio Italiane all’estero. Nato a Zurigo da una selezione di articoli scritti da Fabrizio su La Rivista, negli anni di lavoro alla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, il libro offre uno sguardo dall’estero sulle imprese e l’economia italiana, sulle arretratezze del Sistema Italia ma anche sul suo grande potenziale di crescita. Uno sguardo critico ma ottimista sull’Italia del futuro, sui suoi rapporti con la Svizzera e con il Mondo. La prefazione è di Piero Bassetti.

Salve Fabrizio, da qualche giorno è uscito il tuo primo libro „Oltrefrontiera" uno sguardo critico al sistema produttivo italico analizzato da chi vive all‘estero da molti anni. Come ti poni nei confronti del tuo paese da questa particolare prospettiva?Prevale la critica implacabile che si fa spesso dell‘italia dall‘estero o l‘affetto che porta ad attutire i vizi cronici dei nostri connazionali?
Visti dall'estero i nostri vizi cronici non si attutiscono, tutt'altro, stridono ancora di più soprattutto con l'aspirazione della terza economia d'Europa, quella che negli anni 80 è stata una delle economie più forti dell'occidente, da un lato a  voler stare in Europa sentirsi parte integrante del consesso delle grandi nazioni e potenze economiche e dall'altro a fare sempre di testa sua: a mettere in atto comportamenti individuali e collettivi che di europeo ed occidentale hanno ben poco. Tuttavia credo che questa crisi ci ricondurrà alla realtà, sarà una lezione che ci farà capire che per stare tra i grandi bisogna che il sistema paese funzioni, sia a livello istituzionale che economico. Il vincolo che ci siamo autoimposti con l'entrata nella moneta unica, sta avendo adesso i suoi effetti « educativi » sul nostro sistema delle imprese e di riflesso sulla gestione della cosa pubblica. Saremo costretti a giocare secondo le regole ed a valorizzare il nostro immenso talento. Tutto sommato questa è una fase positiva per l'Italia : per la mia generazione che ha vissuto l'imposizione della moneta unica sulla nostra economia come una speranza di cambiamento, questa crisi è la prova del nove. Ora dobbiamo dimostrare di cosa siamo capaci. Il mio libro dimostra che abbiamo tutti i numeri per farcela.

Il libro nasce da una raccolta di articoli scritti negli ultimi anni e pubblicati sulla „Rivista", il mensile della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Avevi già in mente un piano generale dell‘opera nella stesura mensile dei tuoi pezzi?
Avevo in mente di scrivere un libro da un pezzo. Quanto senti di avere tanto da dire, ti senti crescere una strana energia dentro, ma non sapevo che sarebbe stato frutto della raccolta dei miei articoli su La Rivista. L'idea mi è stata data dai miei genitori che sempre per primi leggevano i miei articoli appena li scrivevo. E forse sono tutt'ora tra i pochi che li leggono.

Quali sono i temi trattati nel libro ai quali ti senti maggiormante legato?
C'è un articolo sull'epopea di Olivetti nel Canavese che ho scritto dopo un viaggio di lavoro ad Ivrea. Mentre lo scrivevo mi venivano i brividi e mi saliva la rabbia, rileggerlo ancora oggi mi emoziona. La Olivetti è stata una delle enormi occasioni perdute dall'Italia: un grande gruppo industriale all'avanguardia del management e della tecnica che per miopia e per colpa di un sistema Paese inesistente e litigioso, è stato lasciato morire facendo perdere all'Italia il treno partito negli anni '90 della New Economy e dell'Information technology. Il Piemonte e l'Italia tutta avrebbero oggi un altro volto se Olivetti ci fosse ancora, se la grande eredità manageriale, culturale e morale di Adriano fosse entrata nel DNA della classe dirigente italiana.

Viaggi molto per motivo di lavoro e conosci da vicino le particolarità delle varie regioni italiane. C‘è una realtà locale che ti ha particolarmente colpito?
Sono molto legato all'Emilia Romagna. È una regione che ha delle performance industriali impressionanti pur avendo un sistema sociale generoso e tollerante, capace di integrare l'emigrazione. È la regione che meglio di tutte rappresenta l'Italia dei nostri sogni, ricca ed operosa ma allo stesso tempo capace di godersi la vita, di una battuta in qualsiasi momento. Ricchissima, non solo di grandi marchi del Made in Italy che hanno reso nota la qualità italiana in tutto il Mondo, ma anche di arte, cultura e turismo di qualità. L'Emilia Romagna è la dimostrazione che possiamo essere competitivi e vincenti pur mantenendo l'amore per le cose belle e buone che ci distingue da tanti altri popoli «ricchi ma tristi».

E riguardo i rapporti tra l‘Italia e la Svizzera? Quali elementi hai maggiormente evidenziato?
Ho messo molto l'accento sulle grandi opportunità che il mercato svizzero offre alle nostre aziende esportatrici e soprattutto sul modello svizzero di «accompagnamento delle imprese»: un sistema fiscale semplice ed efficiente, una burocrazia snella e vicina al cittadino, un sistema di trasporti che aiuta le imprese ad abbattere i loro costi, ma soprattutto un'idea di paese comune che lega i cantoni tra di loro nonostante il forte decentramento delle istituzioni.

Secondo te che cosa dovrebbero imparare gli italiani dagli svizzeri?
La modestia, la semplicità ed il « low-profile ». Quando ero bambino si diceva « italiani brava gente », si avvertiva ancora l'umiliazione da noi subita durante il secondo conflitto mondiale ed il nostro senso di inferiorità verso altri popoli più ricchi e organizzati. Poi secondo me gli anni '80 e '90 ci hanno dato alla testa, siamo diventati molto arroganti verso l'esterno, ci siamo chiusi in noi stessi, abbiamo interpretato le difficoltà economiche introdotte dall'Euro come un atto di imperialismo di economie più forti invece di cogliere l'opportunità per affrontare le nostre debolezze e soprattutto nell'ultimo decennio abbiamo espresso una classe dirigente impreparata, ignorante delle cose del mondo e delle lingue ed allo stesso tempo piena di sè. Questo ci squalifica molto agli occhi degli altri, dobbiamo lavorare, fare le cose che sappiamo fare meglio e mantenere un profilo basso, solo così ci guadagneremo il rispetto del Mondo: fatti non parole e atteggiamenti. Questo gli svizzeri lo sanno bene. Qui si fa carriera presto, si guadagna molto, si guidano macchine veloci e si abitano case eleganti ma nessuno mai te lo sbatte in faccia. Nei rapporti di business gli svizzeri sono sempre molto preparati e non si perdono in cerimoniali, vanno dritti al sodo, ma lo fanno con grande rispetto del proprio interlocutore, senza mai far pesare la propria funzione o il proprio potere. Questo è stato il più grande insegnamento che ho ricevuto lasciando l'Italia 12 anni fa.

In uno dei suoi best seller in cui racconta i molti aspetti del nostro paese Beppe Severgini sintetizza il pensiero italiano in una frase già divenuta famosa: „We turn a crisis into a party". Quanto ci caratterizza secondo te la peculiarità di esprimere il meglio nel momento della crisi?
È la nostra dote migliore, ma deve rimanere un'arma di riserva, un'eccezione, non può essere la regola. Nel contesto economico internazionale di oggi in cui nuovi popoli si affacciano sulla scena mondiale ed aspirano a più alti standard di vita, se l'Italia vuole essere ascoltata, almeno in Europa, deve dimostrare una stabilità di comportamenti e fondamentali economici che la rendano credibile. Non possiamo sempre arrivare sull'orlo del baratro per fare ciò che serve. È un atteggiamento infantile e denota una nostra debolezza psicologica che dobbiamo vincere. Io credo in noi, perchè in questi anni con gli Italiani del Sud e del Nord ci ho lavorato, li ho visti negli occhi e ho captato le loro paure, ma anche il loro coraggio e la genialità delle loro scelte, li ho sentiti sulla pelle nel mio lavoro quotidiano. Urge un cambio di classe dirigente, dobbiamo darci un sistema di selezione dei decision maker basato sul merito, sull'esperienza all'estero, sulla conoscenze delle lingue e del Mondo. La partita è aperta : giochiamocela.

Grazie Fabrizio siamo certi che il tuo primo libro non deluderà le aspettative e sarà senz‘altro brillante, incisivo e sferzante come il suo autore.

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