Smart RTV dei Castelli Romani

1. Prego lor signori, si accomodino, lo spettacolo comincia

Non so se gli italiani amino essere presi per il sedere. Forse sì, forse amiamo questo genere di spettacoli. Scrive un amico, su un blog di "vecchi giovani repubblicani": "Ho ascoltato la lunga intervista del Cav con Pigi Battista sul Corriere TV (oltre un'ora). Se uno sbarcasse da Marte dopo un'assenza di vent'anni dalla terra (senza media) e l'ascoltasse... gli verrebbe voglia di votare per il berluska. È un uomo che riuscirebbe a vendere frigoriferi al polo nord!".

Rieccolo. Genio della comunicazione, sorridente, mille promesse. Chi gli si oppone può promettere con poca credibilità: ha governato male; chi gli si oppone non ha lavorato per l'unità del centro-sinistra, anzi. Seguo quasi divertito il copione pluridecennale della divisione del centro-sinistra, con tutto il balletto d'incontri rifiutati, veti, desistenze chieste gratis senza nemmeno prendere al volo un "parliamone", e soprattutto assoluta incapacità a confrontarsi sui programmi. La commedia è di quelle dal sapore farsesco che tende al pessimismo e ho l'impressione che gli italiani siano stanchi, e stancamente si stanno accomodando sugli spalti per vedere chi vincerà, esprimendo stancamente il loro voto.

Mi perdoneranno facilmente quelli che mi volevano candidato - tanti, accidenti, e anche dai piani alti. Rivoluzione Civile propone un'Italia militante e che non ha paura della verità, forze politiche diverse ma oneste, che non hanno piegato la schiena. Ma ho sempre pensato che i parlamentari europei abbiano un difficile quanto appassionante compito da assolvere, e che il tipico spettacolo dei tanti italiani che in genere si affrettano a lasciare Bruxelles pur di avere un posto, reputato sicuro, alla Camera sia uno dei sintomi dell'immaturità politica del Paese (ma per la prima volta il PD non ha concesso alcuna deroga e resteranno tutti a Bruxelles: ben fatto Bersani, è il segno che la considerazione per questa istituzione si sta affermando). Inoltre, per dirla con Karen Blixen, non è mica facile in questo periodo rendere chiaro il pensiero dell'autore.

2. La tela di Penelope

E noi? E io? Si fa e si disfa, e poi si rifà, eccetera, la maglia di questa Italia laica, progressista e con cultura di governo. Sempre minoritaria, sempre alle prese con sfide che sarebbero state più semplici, e che diventano difficilissime. Ancora una volta il canovaccio si è replicato: e dopo un periodo di bonaccia, di successi ininterrotti (dalle legislative del 2008 alle europee del 2009 e alle regionali del 2010, dai referendum del 2011 ai risultati di Napoli e ancora di Palermo) appena un anno fa, siamo tornati nell'"enjoyment of unpleasant places" - nel piacere dei posti scomodi. Sono arrivate le scissioni, vuoi per non pagare gli errori degli altri, vuoi per consunzione forse patologica dei rapporti personali, vuoi per lecite ambizioni. Ognuno legittima se stesso aggrappandosi ai propri argomenti politici, e li cambia con la velocità necessaria ad adattarsi alle mutate prospettive personali.

È già tutto successo. È accaduto a socialisti, repubblicani, liberali, anche radicali - e sta accadendo a chi aveva militato in IdV e ora si separa in nome di un'alleanza (o dipendenza, secondo i punti di vista) col PD, o in nome di una lealtà (o a una sudditanza) a un progetto che ha smarrito il bandolo della matassa. Ognuno resta ostaggio della sua intransigenza o della sua accondiscendenza. Spesso entrano in conflitto personalità diverse. Ma lo spazio politico in Italia non permette troppi soggetti distinti per chi si vuole liberal-democratico e progressista, federalista e laico, attaccato al rispetto delle regole. Spero solo che siano in tanti a entrare in Parlamento, ormai ciascuno stampella di qualcuno, tutti più deboli. Ancora una volta l'Europa traccia una strada, con un'unica famiglia per radicali e Italia dei Valori, penso presto anche il Centro Democratico e esponenti della società civile.

E tra i tanti "lavori urgenti" (rilancio o ricostruzione di un partito, rapporto con ex e nuovi compagni di strada, collocazione politica), insisto: la vera urgenza è la definizione di un movimento con una vita diversa: numero massimo di mandati, trasparenza finanziaria e decisionale, meritocrazia, patto e ricambio tra base e vertice, e senza fronzoli di casta.

Oggi sono tutti in movimento, invito invece al rallentamento. Qui a Strasburgo nevica. Con la neve, come sa chi va in montagna, i nostri passi lasciano impronte profonde. Ma sono spazzate via presto. E la tela disfatta andrà ricucita.

3. Made in, ovvero sapere chi ha fabbricato cosa: una storia infinita

Anche la tela europea. Ed ecco che inauguriamo il nuovo anno con un dibattito per niente nuovo: la marcatura obbligatoria della provenienza su alcune merci importate nell'UE da paesi terzi. Mi ripeto: si tratterebbe di una delle poche misure concrete che l'Europa può prendere per aiutare gli imprenditori che non hanno delocalizzato e i consumatori che vogliono sapere di più sul vetro di Murano, la borsa, le scarpe e o il mobile che acquistano: nome magari italiano, ma fatto dove? Fosse stato per il Parlamento Europeo, avremmo il Regolamento già da due anni, quando lo approvammo in prima lettura. Poi però il Consiglio ha giocato a melina: non respingendolo e nemmeno approvandolo, semplicemente non discutendolo, complice anche la già denunciata inerzia degli ultimi due governi italiani. La Commissione, stanca ma anche troppo assecondante verso il Consiglio, ha finito col ritirare la proposta di regolamento. Come Parlamento ne abbiamo impugnato la decisione (intervento in aula), e si ricomincia un giro di giostra. Intanto passa il tempo, le aziende chiudono, i singoli Stati pongono veti e non contano nulla, e l'Europa è lenta, troppo lenta, e forse non è un caso che siano proprio i rappresentanti diretti dei cittadini a battagliare.

4. La mia amica Africa

La marcatura obbligatoria d'origine è uno dei modi per equilibrare i rapporti commerciali in particolare con l'estremo Oriente. Poi c'è l'Africa, negletta, snobbata, e non a caso terra di conquista della Cina e ormai anche del terrorismo internazionale. Il Mali - Paese antico e nobile - è la prima guerra internazionale del 2013. Al di là degli sviluppi che ora seguiranno, non c'è stata alcuna politica di prevenzione. Compresa la politica commerciale - che quando è fatta bene è il migliore antidoto alle guerre - che tra Europa e Africa è rimasta confusa, tra promesse ed equivoci, avidità degli uni e vizi degli altri. Così da oltre dodici anni si trascinano i negoziati per gli Accordi di Partenariato Economici - demonizzati, male impostati, esagerati. Un'impasse che traduce bene il clima di stanchezza reciproca tra Europa e Africa. Un APE interinale è stato finalmente concordato con alcuni Paesi dell'Africa australe e orientale, l'abbiamo votato, ma soprattutto discusso (intervento in aula).

5. Buon anno

Lo sguardo sul mondo, e lo sguardo sul nostro povero e ricco Paese. Dalle visite di fine anno con i senzatetto di Emmaus (fotografie) e Regina Coeli, ai prossimi tanti appuntamenti dell' anno nuovo: fabbriche a Pistoia, fondi europei a Lucca, digitalizzazione a Grosseto, i sindacati delle acciaierie di Terni bistrattate dall'Europa, l'apertura di un circolo ADLE/IdV a Norcia (e poi si dice che IdV non sarebbe più liberaldemocratica), i navigatori fiorentini a Livorno, il corso di europrogettazione a Roma (26/1 gennaio, posti disponibili), sempre a Roma un'iniziativa sul problema/dramma della casa, la nostra performance su Don Milani a Prato, la commemorazione della Giornata della Memoria con la Comunità Ebraica di Ancona il 27 (e in serata a Fermo), e nel frattempo anche una breve missione in Cile. Ovunque, di qua e di là, insieme a cittadini che non si mettono stancamente a guardare la partita politica sugli spalti, e tantomeno a fare i burattini.

Insistere per esistere.

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